lunedì, 11 dicembre 2017
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Testi liturgici

Beato Fra Francesco ZIRANO OFMConv

La Congregazione del Culto Divino con Decreto n. 546/14 del 10 dicembre 2014, in risposta alla richiesta dell’Ordine, ha concesso alla nostra famiglia religiosa in tutto il mondo, che la memoria (obbligatoria) del b. Francesco Zirano sia celebrata tutti gli anni il giorno 29 gennaio, il primo giorno libero dopo quello della sua morte avvenuta il 25 gennaio 1603 ad Algeri.
Si allegano i testi liturgici approvati dalla medesima Congregazione in italiano e latino, con le traduzioni nelle altre tre lingue ufficiali dell’Ordine. Coloro che desiderano tradurli in altre lingue, usate per la liturgia dai frati in altre parti del mondo, sono pregati di farlo dal testo in italiano.

testo in italiano >>>

29 gennaio

BEATO FRANCESCO ZIRANO,
SACERDOTE E MARTIRE

Nacque a Sassari nel 1564 da modesta famiglia. Religioso tra i Frati Minori Conventuali della città, divenne sacerdote nel 1586. Il suo zelo di carità verso il prossimo si orientò in vocazione missionaria nel 1599, quando s’impegnò a liberare un cugino e confratello schiavo ad Algeri dal 1590 per salvaguardarlo dal rinnegare la fede. Arrivato in Africa nel luglio 1602 e impossibilitato a operare redenzioni, durante la guerra allora scoppiata tra il regno cabìle di Cuco alleato di Spagna e la reggenza turca di Algeri, fu catturato come spia e condannato a morte. Sollecitato a farsi maomettano per aver salva la vita, rifiutò ripetutamente e con fermezza, preferendo morire scorticato vivo. Morì il 25 gennaio 1603, proclamando la sua fedeltà a Cristo e alla vocazione francescana, e invocando la luce della fede per i carnefici che l’avevano rinnegata.

Dal Comune dei martiri

COLLETTA

O Dio, che hai suscitato nel beato Francesco, sacerdote,
il coraggio di rischiare la vita per liberare il prossimo
restando fedele a Cristo fino al martirio,
per sua intercessione concedi a noi
di testimoniare il Vangelo
con fede viva, carità operosa, speranza certa.
Per il nostro Signore.


Dal Comune di un martire, con salmodia del giorno dal salterio.

UFFICIO DELLE LETTURE

SECONDA LETTURA
Dalla deposizione sul martirio di Giovanni Andrea da Cagliari.
(Antonio Daza, Chronica, pars IV, c. 51, Valladolid 1611, pp. 257-258)

Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito

In Valladolid, 29 di marzo 1606, davanti a me Francesco di Santander, fra Antonio Daza, a nome dell’Ordine del padre san Francesco, presentò come testimone Giovanni Andrea Sardo, originario della Sardegna. Dopo aver prestato giuramento in nome di Dio e al simbolo della croce, su cui mise la mano destra secondo la legge, promise di dire la verità sui fatti di cui era a conoscenza.
Interrogato riguardo all’istanza, il testimone dichiarò che sul contenuto della petizione ciò che lui sapeva era che: mentre lui era prigioniero nella città di Algeri da oltre di 22 anni, il padre fra Matteo de Aguirre mandò, con una lettera per il re Don Filippo nostro sovrano, il suo compagno fra Francesco di cui non sa il cognome, solo che era un frate, sacerdote, di circa 30 anni, di barba castana, di media statura, originario della città di Sassari del regno di Sardegna. I mori che lo guidavano lo tradirono con l’inganno, per cui invece di condurlo al porto per l’imbarco lo portarono nel territorio dei Turchi, dove fu fatto prigioniero dai ministri del re di Algeri. Non acconsentirono alla richiesta di riscattarlo e ritenendo che fosse il citato fra Matteo de Aguirre lo condannarono a morte. Lo condussero per eseguire la sentenza nella città di Algeri, presso il Diwan cioè il Consiglio, dove fu deciso che lo scorticassero vivo e lo misero in una buca fino alla cintola.
Questo testimone vide come i Mori e i Turchi, mentre lo portavano al martirio, cercavano di convincerlo a rinnegare la nostra amata fede cattolica e che il frate Francesco professando e predicando la verità della nostra santa fede, diceva che in essa era nato e in essa voleva morire. Vedendo ciò portarono un boia greco rinnegato, privo di orecchie, il quale affermava che gliele avevano tagliate i cristiani e che l’uomo davanti a lui doveva pagare per questo. Così il teste vide come il boia si avvicinò con un coltello al condannato che aveva le mani legate ed era stato spinto nella citata buca scavata nel terreno; lì gli inferse un taglio dall’orecchio all’indietro, incidendo fino alla vita e il frate Francesco sopportava con grandissima fermezza invocando il santissimo nome di Gesù e di nostra Signora, recitando i salmi. Il boia proseguì scorticandolo con enorme crudeltà. Arrivato alle mani gli tagliava la pelle e amputava le mani all’altezza dei polsi e dopo procedeva alla stessa maniera con i piedi. Mentre gli scorticava i quarti anteriori questo testimone vide che allorché il boia, strappando la pelle, arrivava fino alla bocca dello stomaco, il suddetto fra Francesco, con tremendo dolore, rivolti gli occhi al cielo disse: «Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito: mi hai redento, Signore, Dio fedele». Con queste parole spirò.
Il boia finì di scorticarlo e, presa la pelle, la riempì di paglia e la pose in cima alla porta che chiamano di Babason. Buttarono il corpo e le ossa nella campagna. Questo testimone e altri Cristiani schiavi andando a raccoglierli, non trovarono dette ossa, ma venne a sapere che altri le avevano prese e portate in terra di cristiani.

RESPONSORIO Cf. Gal 6,14; 2,20; Fil 1,29
R. Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, * che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.
V. Riguardo a Cristo, a me è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui:
R. Che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

 

    testo in latino >>>

Die 29 ianuarii

B. FRANCISCI ZIRANO
PRESBYTERIS ET MARTYRIS

Natus est Sacceri in Sardinia anno 1564 ex humili familia. In ordinem fratrum minorum conventualium ingressus, sacerdos anno 1586 ordinatus est. Mirabili succensus caritate, consobrinum et sodalem suum, qui olim Icosium (Algeri) in servitutem abductus erat, liberare voluit, ne Christi fidem desereret. Cum in Africam pervenisset, nullum tamen Christianum redimere potuit propter bellum, quod eo tempore regulus quidam regionis Cabiliae, Hispaniae socius, cum Turcis Icosium insidentibus gerebat. Captus igitur a Turcis tamquam emissarius, capite damnatus est. Quamvis ad apostasiam identidem impelleretur, strenuissime denegavit et vivum deglubi maluit quam fidem deserere. Pro tortoribus gratiam fidei a Domino exposcens, mortuus est anno 1603 die 25 ianuarii.

De Communi martyrum

COLLECTA

Deus,
qui beátum Francíscum, presbýterum, succendísti,
ut pro libertáte próximi daret se perículo
et usque ad martýrium persevérans in Christo manéret,
eius nobis intercessióne concéde
fidem vivam, actuósam caritátem et spem certam,
ad testificándum Evangélium.
Per Dominum.

De Communi martyrum: pro uno martyre, vel de Communi pastorum: pro presbyteris.

AD OFFICIUM LECTIONIS

LECTIO ALTERA
Ex testimonio super martyrio auctore Iohanne Andrea Calaritano.
(Antonio Daza, Chronica, pars IV, c. 51, Valladolid 1611, pp. 257-258)

In manibus tuis, Domine, commendo spiritum meum

Vallisoleti die 29 martii anni 1606, coram me Francisco Santanderiensi, Antonius Daza nomine ordinis sancti Francisci testem produxit Iohannem Andream Sardum natione. Qui, postquam in nomen Dei iuraverat, dextera in signum crucis rite imposita, pollicitus est se veritatem dicturum de quibus certior factus esset.
Cum igitur de re interrogaretur, haec novisse testatus est: dum ipse viginti duo iam annos amplius Icosii in custodia teneretur, Matthaeum quendam Aguirrensem ad Philippum regem litteras misisse per sodalem suum Franciscum, cuius cognomen rettulit ignorare; hoc enim solum sibi compertum, illum sacerdotem esse ordinis sancti Francisci, annorum fere triginta, fuscae barbae ac mediocris staturae, natione Sardum ex oppido Sacceri. Quem indigenae, quibuscum iter faciebat, fraude eum prodiderunt et duxerunt non ad portum, unde in Hispaniam navigandum erat, sed in Turcarum fines, ubi a ministris Icositani regis captus est. Qui cum Franciscum redimi nollent, quippe quod putarent eum esse Matthaeum Aguirrensem, quem supra memoravimus, capite damnaverunt. Tum Icosium deductus est ibique consilium, quod Arabice diwan nuncupatur, decrevit ut vivus degluberetur; itaque in foveam usque ad lumbos eum iniecerunt.
Praeterea, cum Mauri et Turcae Franciscum ad supplicium ducerent atque impellerent ad fidem nostram catholicam deserendam, tum vero, sanctae fidei veritatem professus, dicebat se in hac fide esse natum et in eadem velle mori. Quae cum audissent, carnificem ilico arcessiverunt. Hic erat Graecus natione, fidei Christianae desertor atque orbus auribus, quas dictitabat olim a Christianis sibi amputatas esse; quapropter reum ipsum, quem tunc tamquam Christianum ad supplicium ferebatur, poenas pro tanto damno sibi illato pensurum. Carnifex igitur cultrum tenens ad Franciscum appropinquavit manibus revinctum et in fovea, in quam iniectus erat, iacentem, et cutem eius insecuit ab altera aure usque ad medium corpus, cum martyr, tantam saevitiam mirabili patientia perpessus, nihil nisi sacratissimum nomen Iesu beatamque Virginem Mariam invocaret vel psalmos recitaret. Dein tortor fera immanitate eum deglupsit, donec artus adortus, circumcisa cute, manus pedesque amputavit. Cum denique pectus laceraret et cutem usque ad summum stomachum diriperet, Franciscus cruciatibus ardens suspexit ad caelum et exclamavit: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum: redemisti me, Domine Deus veritatis”. Et his dictis emisit spiritum.
Tum demum carnifex supplicium martyris consummavit et pellem collectam ac stramentis impletam fixit in porta quae Babason dicitur. Membra et ossa eius per campos disiecta testis hic et nonnulli Christiani, qui in eadem servitute erant, quamvis diligenter conquisissent, invenire non potuerunt; postea autem reliquias illas a quibusdam constitit esse collectas ut religiose asservarentur.

RESPONSORIUM Cf. Gal 6,14; 2,20; Fil 1,29
R. Mihi autem absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi, * qui dilexit me et tradidit seipsum pro me.
V. Mihi data est gratia non solum ut in Christum credam, sed ut etiam pro illo patiar.
R. Qui dilexit me et tradidit seipsum pro me.


 

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