Una riflessione personale su un legame storico

Nei conventi e nelle case di tutto il mondo, un pallone campeggia sugli schermi di milioni di persone. Siamo alle fasi finali della Coppa del Mondo 2026 e, per circa un mese, il mondo intero ha silenziosamente accettato di appassionarsi, insieme, allo stesso piccolo oggetto rotondo. Ciò che molti spettatori non sanno è che l’uomo al quale più spesso viene attribuito il merito di aver reso possibile questo straordinario evento era un diciassettenne intento a svolgere un «compito» assegnatogli, senza saperlo, da un Papa: un compito che avrebbe impiegato sessant’anni a portare a termine.

Si chiamava Jules RIMET. Figlio di un droghiere del piccolo villaggio di Theuley, nacque nel 1873 in una fervente famiglia cattolica francese. Aveva diciassette anni quando, nel 1891, Papa Leone XIII pubblicò la Rerum Novarum, l’enciclica con la quale il papato affermò con forza la dignità del lavoro, i diritti dei lavoratori e la responsabilità della società nei confronti dei più poveri. È opinione largamente condivisa che RIMET ne sia stato profondamente influenzato fin da giovane. Iniziò così un’opera caritativa a favore dei poveri e, nel 1897, fondò a Parigi il Red Star, una società sportiva che rifiutava ogni distinzione tra i propri membri basata sulla classe sociale.
Fu anche grazie a questo percorso che, nel 1904, contribuì alla fondazione della FIFA (Fédération Internationale de Football Association). Combatté poi nella Prima guerra mondiale e ne uscì con la convinzione, quasi teologica, che i popoli che giocano insieme siano meno inclini a combattersi. Nel 1930, trentanove anni dopo aver letto per la prima volta quella lettera, si imbarcò per l’Uruguay portando con sé un trofeo d’oro, per assistere al calcio d’inizio della prima Coppa del Mondo FIFA.
Fin qui si tratta di fatti ormai ampiamente ricordati in queste settimane. Ecco invece un collegamento che raramente ho visto mettere in luce, e che rappresenta una mia personale chiave di lettura.
Leone XIII era un francescano secolare professo. La Rerum Novarum non nacque da un’astratta riflessione teorica: fu scritta da un Papa la cui visione sociale era profondamente plasmata da quella spiritualità che Francesco d’Assisi aveva incarnato quando, nella piazza della sua città, si spogliò dei suoi abiti preziosi, rifiutando che fossero il denaro e il possesso a definire la sua identità. Una consolidata tradizione francescana attribuisce inoltre a Leone XIII la celebre espressione: «La mia riforma sociale è il Terz’Ordine di San Francesco». Così, un giovane cattolico dedicò la propria vita a costruire qualcosa che può essere letto come un tentativo di tradurre quella visione nella pratica: un gioco al quale non importa in quale Paese tu sia nato o quale mestiere svolgesse tuo padre, ma soltanto se sai giocare.
Non credo sia eccessivo vedere in tutto questo un’immagine metaforica del sine proprio applicato alle nazioni. Benché il Trofeo Jules RIMET, secondo il regolamento allora vigente, potesse diventare proprietà definitiva della nazionale che lo avesse vinto per tre volte, il suo significato simbolico rimane straordinario: per novanta minuti, le consuete gerarchie del denaro e del potere dovrebbero scomparire, lasciando soltanto undici contro undici sullo stesso rettangolo di gioco, identico in ogni parte del mondo. È una Rerum Novarum con un tabellone segnapunti: la solidarietà è inscritta nelle regole, la dignità è racchiusa nel pallone stesso, che non fa alcuna differenza tra il piede che lo colpisce.
Perciò, questo fine settimana, caro lettore francescano, osserva quanto profondamente il mondo continui a desiderare questa uguaglianza. Ricorda anche che qualcuno, per primo, ha dovuto crederci. Che Jules RIMET ne fosse consapevole o meno, dedicò la parte migliore della sua vita a costruire qualcosa che cercasse di avvicinare i popoli attraverso lo sport, perché un Papa profondamente segnato dalla tradizione francescana scrisse una lettera capace di plasmare profondamente la sua immaginazione.
Goditi questo meraviglioso gioco e, magari, rivolgi una piccola preghiera di ringraziamento per quel figlio di un droghiere di Theuley che prese così sul serio un’enciclica da contribuire a donare al mondo un gioco che, nella sua espressione migliore, continua ancora oggi a riflettere qualcosa della sua visione.


P.S. Come dice un noto adagio, la Chiesa dà il meglio di sé quando continua a riformarsi: ecclesia semper reformanda. A quanto pare, lo stesso vale anche per la FIFA.
L’intera scommessa di RIMET può essere letta come il tentativo di fare dello sport un modello concreto di bene comune: una solidarietà e una competizione leale orientate verso qualcosa di più grande dell’interesse del singolo giocatore o della singola nazione. Che egli abbia o meno espresso consapevolmente questa aspirazione nel linguaggio della dottrina sociale della Chiesa, essa richiama chiaramente le intuizioni della Rerum Novarum. Vale la pena riconoscere quanto l’istituzione da lui costruita si sia progressivamente allontanata da quell’ideale. Il vero problema della FIFA non è mai stato quanto guadagnino i giocatori sul campo, bensì ciò che, lontano dai riflettori, coloro che governano il calcio hanno sottratto a questo sport: gli scandali di corruzione, le accuse di tangenti, le retribuzioni sproporzionate dei dirigenti, il denaro che ruota attorno ai diritti di organizzazione dei tornei e ai contratti televisivi più che al gioco stesso.
La lettera di Leone XIII non parlava certo di calcio, ma i suoi principi possono essere ragionevolmente applicati tanto ai consigli di amministrazione quanto alle fabbriche: un’istituzione costruita sul lavoro e sulla fedeltà della gente comune deve a quella stessa gente molto più di un trofeo ogni quattro anni. Se la generazione di RIMET ha dovuto lottare per la dignità del lavoratore, la nostra potrebbe essere chiamata a lottare per l’integrità del gioco stesso, trovando, come lui fece a suo tempo, modi nuovi e creativi per rimettere in equilibrio un campo che il denaro continua a sbilanciare.

Fra Michael LASKY